"Che
qui si fa l'Italia e si muore
dalla parte sbagliata
in una grande giornata si muore
in una bella giornata di sole
dalla parte sbagliata si muore."
Francesco
De Gregori
"Ogni
contrada è patria del ribelle
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle
forte il cuore e il braccio nel colpir"
Fischia
il vento |
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Fascisti
Florindo Antoni
Un caccurese
tra i caduti della R.S.I.
Mi
ha molto sorpreso l'aver scoperto che tra i caduti della R.S.I. di
Salò figura anche un nostro concittadino, seppure caccurese solo di
nascita. Florindo Antoni, questo il nome del giovane nato, per uno
strano caso del destino, in un casolare di Laconi il 7
novembre del 1926. Narciso, il padre, mulattiere e la madre
Delia Poli, casalinga, erano originari di Filattiera, un paese della
provincia di Massa Carrara, a pochi chilometri da Pontremoli. Dopo
qualche anno la famiglia Antoni si trasferì a Pianaccio di
Lizzano in Belvedere (BO), il paese del
"partigiano" Enzo Biagi. E' probabile che i due si siano
conosciuti e magari anche scontrati, prima di finire ognuno su di
una opposta barricata. Mentre quello che sarà poi destinato a
diventare uno dei più grandi giornalisti italiani entra a far parte
di una formazione partigiana, Florindo si arruola o viene
arruolato con la forza (chi lo sa?) nell'esercito repubblichino e
aggregato al reparto WH linea Volturno (NA). Muore,
probabilmente, nel luglio del 1944. Il sito https://www.laltraverita.it/caduti.pdf
lo
dà per morto in data 11 novembre 1944 ( a soli 18 anni) a Murazzano,
(CN), altri siti (fer. FR. sud), ma la circostanza non è
suffragata da atti ufficiali, tanto è vero che in data
15/11/1958 il Tribunale Civile e penale di Bologna ne dichiara la
morte presunta. Tale sentenza viene annotata sull'atto originale di
nascita n. 11 del 1926 custodito negli archivi dell'ufficio di
anagrafe e stato civile del Comune di Caccuri.
Stanislao
Lucente
Stanislao
Lucente, maresciallo dei carabinieri, era nato a Caccuri il 12
marzo del 1890 da una famiglia benestante. Il padre, Giuseppe
Lucente, era un agiato commerciante del paese. Nel 1921, arruolatosi
nell'Arma, si trasferì a Torino, dove nel 1924 sposò una ragazza
del luogo. Si trovava in Piemonte quando Mussolini, liberato dai
tedeschi dalla prigionia sul Gran Sasso, fondò la Repubblica di
Salò obbligando i carabinieri che venivano rastrellati ad aderire
alla repubblica fantoccio. Anche Stanislao Lucente, probabilmente
contro la sua volontà, anche se vi sono pareri discordi, dovette
probabilmente subire questa sorte, tanto più che i Lucente
erano notoriamente antifascisti e vicini al Partito popolare. Quel
che è certo è che si trovava addosso la tessera fascista
quando un giorno di settembre del 1943 venne intercettato da una
pattuglia di partigiani. Non si sa bene cosa successe. Secondo
alcune fonti morì per un colpo di pistola partito nel corso di una
colluttazione con un capitano, secondo altri venne giustiziato dalla
pattuglia stessa.
Ecco come Peppino Gigliotti, un cugino acquisito,
narra, nei suoi diari, la storia del sottoufficiale caccurese.
" Maresciallo
dei carabinieri a Pinerolo, stroncata la sua giovinezza per i
capricci dei faziosi partiti antifascisti partigiani, quale in
quelle torbide giornate del quarantatrè venne perquisito da un
capitano e trovatogli la tessera fascista, gli imponeva di buttarla
e calpestarla. Lui che era di pura fede fascista non acconsentiva e
da una parola all’altra passarono a vie di fatto, quale il
capitano voleva arrestarlo e condurlo al Commissariato, ma il Don
Stano reagiva con tutta la sua forza, quale il capitano
colpito da un pugno, messe mano alla pistola che sparando a brucia
pelo uccideva il povero giovine Stano Lucente, modello di virtù e
di bellezza di personaggio, di perfetta forma, alto, bello di
visione, di modi gentili, buono in tutte le maniere umanitarie,
affabile, caritatevole. Sposato da pochi mesi con una bellissima
signorina che lascia vedova senza prole, Paolina Rosa, una
gioventù stroncata dalle stupide passioni dei partiti.
Compianto
da tutti, lascia ai fratelli il doloroso ricordo"
e partigiani
UMBERTO
IACONIS,
TENENTE COLONNELLO DEI CARABINIERI E COMANDANTE PARTIGIANO

Umberto Iaconis
, nato a Caccuri in via Portapidcola il
3 settembre 1896 da Giuseppe e da Costanza Secreto. Arruolatosi
inizialmente nell'esercito, nel quale raggiunse il grado di tenente.
Nel 1919, lasciato l'esercito, si arruola carabinieri Reali col
grado di tenente S.A.P. e, dopo il cambio di arma venne destinato
alla Compagnia Benevento della Legione di Napoli. Il 1° gennaio
1937 ottenne la promozione a capitano e fu assegnato alla Compagnia
esterna di Avellino, legione di Napoli.
Il 10 settembre lil capitano caccurese si trova a
Salerno Qui
lo coglie l’armistizio dell’8 settembre 1943, ma il capitano
caccurese, a differenza di molti altri ufficiali dell’esercito e
dei carabinieri, non si lascia trovare impreparato. Da qualche
giorno è in contatto con una formazione partigiana salernitana e
l’intuito gli suggerisce di stare all’erta, così quando la
mattina del 10 una quindicina di soldati tedeschi comandati da un
ufficiale e armati di pistole mitragliatrici a bordo di
un’autoblinda fanno irruzione nel cortile interno della sua
caserma intimandogli di consegnare le armi, si rifiuta e si dichiara
pronto al combattimento. I tedeschi, abituati alla facile resa degli
ufficiali lasciati senza direttive dall’imbelle Badoglio e dal re
fellone, colti alla sprovvista, desistono dai loro propositi e si
danno alla fuga.
Nel pomeriggio dello stesso
giorno, ormai in ritirata, decisero di dare l’assalto alla filiale
del Banco di Napoli ubicata nei pressi del Teatro Verdi con lo scopo
evidente di saccheggiarla ed impossessarsi del denaro e degli altri
beni custoditi nell’istituto di credito. Il capitano Iaconis e il
maresciallo Telesca, con i loro carabinieri e con il supporto di un
gruppo di partigiani, riuscirono a sventare il tentativo di
saccheggio attaccando in armi i tedeschi e mettendoli in fuga. [1] Il
successo galvanizza
militari e partigiani che continuano le loro scaramucce contro
gli invasori nazisti fino al 29 settembre quando l’intera
provincia viene abbandonata dai nazisti. Intanto il 27 settembre,
anche a Napoli, molti ufficiali, così come aveva fatto il capitano
caccurese, si unirono ai cittadini napoletani e ai partigiani dando
vita all’insurrezione conosciuta come “Le quattro giornate di
Napoli” che portarono alla liberazione della città partenopea ben
prima dell’arrivo degli Alleati e di molte altre città italiane.
Per questi meriti il capitano
caccurese venne “equiparato, ai sensi del DL 93 del 6 settembre
1946, ai combattenti volontari della libertà quale comandante di
una formazione partigiana dal 9/9/1943 al 26/9/1943 in Salerno.”
Successivamente ottene prima la promozione a maggiore e poi a
tenente colonnello dei CC.
Giovanni Battista Sgrò

Giovanni
Battista Sgrò, caccurese, nato il 1° gennaio del 1927,
partecipò, giovanissimo, alla Resistenza rischiando più volte la
vita. Giovannino, come lo chiamarono sempre i compaesani, era
figlio di Maurizio
Sgrò e di Maria Miliè. All'età di 4 anni rimase orfano di
padre per cui, appena adolescente, raggiunse il patrigno, Luigi
Longo, che ironia del destino portava lo stesso nome e lo
stesso cognome del comandante generale delle Brigate Garibaldi nelle
quali Giovanni si arruolerà qualche anno dopo, in Val d'Aosta ove
si era recato per lavorare in una industria metallurgica. Giovannino
giunge in Val d'Aosta nel 1941; nel 1943 entra a far parte della
Settima Divisione Garibaldi "Piemonte". Il giovane
partigiano caccurese partecipa ad operazioni offensive contro i nazi
- fascisti, atti di sabotaggio e di informazioni militari, come è
scritto nel certificato firmato dal suo capo brigata, dal maggiore
E.W. Handury e dal generale Alexander, comandante supremo alleato
delle forze del Mediterraneo centrale. Finita la guerra torna a
Caccuri da dove riparte, alla volta del Belgio, nel 1950, proprio
nel giorno in cui in paese arriva la troupe del regista Mario
Camerini per le riprese del film "Il brigante Musolino"
con Amedeo Nazzari e Silvana Mangano. In Belgio lavora per 13 anni
nelle miniere di carbone, si sposa con una caccurese, Giulia Guzzo e
mette al mondo una delle due figlie. A causa del duro lavoro e della
polvere respirata, si ammala fatalmente di silicosi per cui è
costretto a tornare con la famiglia nel paese di origine dove si
spegne il 4 settembre del 1995.
Da
quell'uomo modesto e discreto che è sempre stato, pur
conservando l'antica passione politica ed una capacità non comune
di infervorarsi e di lottare per le idee di giustizia e
libertà, Giovannino non si vantò mai delle giovanili
imprese, del notevole contributo che diede al riscatto e alla
libertà del nostro Paese per cui pochissimi caccuresi,
soprattutto giovani, sanno che egli fu un eroe vero.
Il
Fascismo a Caccuri
L’
avvento del Fascismo coincise, a Caccuri, con
la felice conclusione delle lotte dei reduci della 1° guerra
mondiale che avevano portato ad una prima significativa rottura del
latifondo ed alla conquista di alcune terre incolte che erano state
divise tra i soci della sezione dei combattenti affiliata all’
Opera Nazionale Combattenti. A dirigere la lotta erano stati
delegati il reverendo don Peppino
Pitaro, già
parroco del paese ed esponente di spicco del partito popolare
e Peppino
Gigliotti, uno dei più valenti fabbri
di tutta la Calabria, fratello di Alessandro Gigliotti, il primo
caduto caccurese nella grande guerra.
Già
nel corso di queste
lotte i dirigenti popolari avevano avuto occasione di scontrarsi
più volte con i dirigenti degli agrari che si opponevano alla
divisione delle terre incolte, come in occasione delle elezioni
amministrative del 1919 che gli agrari vinsero con uno scarto di 65
voti In quell'occasione gli elettori, per uno sciagurato
accordo tra agrari e dirigenti popolari votavano fuori
dalla cabina elettorale per cui gli elettori, dovendo
scegliere tra i benefici ottenuti dalle lotte promosse da
popolari e socialisti e il terrore che incutevano gli agrari,
finirono per votare per questi ultimi
Giuseppe
Gigliotti, dirigente dei combattenti
In
quella
occasione si verificarono,
per molti giorni, anche
gravi intolleranze e scontri che, per fortuna, non ebbero
conseguenze irreparabili.
Dopo
la presa del potere e l’instaurazione del regime, a Caccuri
subentrò nella popolazione una sorta di rassegnazione, se non
proprio di accondiscendenza, ( almeno nella maggioranza della
popolazione ) e per quasi 20 anni non si verificarono, se non pochi
ed irrilevanti, episodi di insofferenza alle prepotenze dei gerarchi
sedati, fra l’altro, con qualche odiosa purga. L’unico che si
mostrò indomito e che tenne viva la fiammella della libertà fu
proprio don Pitaro che cercò anche
di educare all’antifascismo, nella speranza di avvicinarli
al P.P., due giovani caccuresi, Giuseppe Lacaria ed Alfonso Chiodo.
La cosa, però, gli riuscì solo in parte perché i due giovani
divennero si antifascisti, ma
finirono per militare nelle file del partito comunista clandestino.
Il Lacaria, perseguitato dai fascisti locali finì per emigrare in
Belgio e chiuse la sua breve esistenza a Liegi, all’età di 30
anni, mentre Alfonso Chiodo diverrà poi il primo sindaco comunista
dopo la Liberazione.
A
Caccuri furono destinati anche numerosi confinati
antifascisti originari
di altre località della penisola che nel nostro paese scontarono la
loro pena.
Nel
corso del Ventennio si alternarono nella carica di podestà il
geometra Raffaele Ambrosio, il professor Francesco
Macrì, il tenente colonnello dei carabinieri Enrico Del Bene ed
il professor Umberto Ambrosio. Un altro fascista illustre fu il
professor Francesco Pasculli, ex sacerdote ed uomo di cultura

Manifestazione
fascista in via Salita Castello
Tra
gli antifascisti, oltre al reverendo Pitaro, Giuseppe
Lacaria, Alfonso Chiodo e altri giovani, va ricordato il
professor Mario
Filippo Sperlì che combatté in una formazione partigiana dell’Alta
Italia.
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