Leggende e racconti 

 In questa pagina troverai racconti, motti arguti, storie, leggende, insomma un condensato della cultura popolare caccurese. Molti testi fanno riferimento alla tradizione orale, altri sono frutto della mia fantasia che, comunque, fa tesoro dei racconti dei nostri nonni. La pagina verrà aggiornata spesso.

 

   Indice
 (Clicca sul titolo)

        La fine del brigante    
        Gasparone


        Verri in catene

Storie di braccianti e di soprastanti

Caccuri e Cerenzia i paisi e ra ciotia 

Il tesoro di Sant'Andrea

Il mostro di Trabese

I cagnusi di Caccuri

Roberto De Candia

Nino Pirito

Francesco Rugiero

Enzo Loria

Eugenio D. Marino
Eventualmente...?
Come dici...?
E' venuto....?
Promosso...?
Che colore...?
Programma...?
Piove...?
Caccuri...?

 

                             La fine del brigante Gasparone         

                                                             

Era una dolce giornata del mese di maggio. L’aria era tiepida ed il sole brillava nel cielo  accarezzando i fiori di campo nei verdi prati che circondavano il paese. Stormi di rondini, garrivano felici incuranti o, forse ignare, della tragedia.

Nella miserabile catapecchia i cinque morti giacevano su povere cassapanche composte alla meglio dalla pietà e dal dolore dei parenti. I pianti ed i gemiti rompevano il magico incanto della giornata primaverile, mentre sull’uscio, crocchi di contadini, col cappello in mano, qualche lacrima che solcava il loro volto scavato e l’angoscia che li attanagliava, commentavano sommessamente l’accaduto.

Pasquale Mignaccio, la moglie Annuzza, la figlia Luisa ed i figli maschi, Nicola e Salvatore, che aiutavano il padre nel duro lavoro dei campi, erano stati scannati come capretti, sgozzati nel sonno da una furia bestiale e irrazionale, mentre dappertutto erano visibili i segni del saccheggio e della devastazione. Capre, agnelli, galline, provviste, niente era stato risparmiato dalla terribile banda di razziatori che avevano anche rovistato da cima a fondo la casuccia alla ricerca di chissà quale tesoro.

Ancora una volta il terribile Gasparone, con la sua orda di masnadieri, aveva seminato terrore e morte nella campagna caccurese. Era costui un feroce brigante che, da anni, scorrazzava nei dintorni del paese facendo strage di povera gente. Il solo nome faceva gelare il sangue nelle vene, ma al pari di lui era temuta la sua trista moglie, Assuntina, ma che tutti conoscevano col soprannome di Gasparazza.

Di Gasparone e della sua banda si diceva che avessero scelto come rifugio alcune grotte nella contrada di “Sotto le Timpe”, una zona impervia e ricoperta da una fitta boscaglia che i briganti conoscevano a menadito, ma nella quale mai la Guardia urbana aveva avuto il coraggio di avventurarsi. Nessuno osava oltrepassare la chiesa di San Rocco dalla quale si dominava la vallata e gli occhi temevano persino di posarsi su quella zona maledetta.

Al mattino presto, quando i cadaveri delle povere vittime erano stati scoperti da un contadino che abitava a Laruso, a meno di un miglio di distanza dalla casupola del povero Pasquale, molta gente era accorsa a consolare i parenti e a rendere omaggio ai morti. Era venuto anche don Matteo, il capo degli  urbani con dieci sue guardie ed aveva sostato a lungo nella fattoria visibilmente sconvolto. Questa volta Gasparone aveva davvero superato i limiti, ma la paura era tale che nessuno osava dar voce ai propri pensieri. Don Matteo fece un segno ai suoi uomini e si allontanò lentamente da quel luogo che era stato teatro delle atroci efferatezze dell’imprendibile brigante.

 

Erano oramai trascorsi dieci giorni dal giorno della strage.   La sera del due di giugno la luna piena rischiarava il cielo caccurese. Sul sentiero per il Bordò le ombre degli elci e dei sugheri disegnavano strane, mostruose, bizzarre  figure. Un silenzio innaturale rendeva più tetra la campagna. Verso le nove ombre furtive comparvero da una svolta avanzando guardinghe e lentamente risalirono il viottolo verso Matasse. Erano cinque uomini e tre donne armati di tutto punto. La luce lunare li rendeva abbastanza visibili, nonostante le ombre spesso li nascondessero per qualche attimo a chi eventualmente li avesse osservati da lontano. Fecero un centinaio di metri e si ritrovarono in un tratto di strada dove la vegetazione era più rigogliosa.

All’improvviso scoppio l’inferno. Un uragano di fuoco investì la comitiva da ogni direzione. Caddero immediatamente quattro degli uomini e una delle donne. Il quinto tentò di fuggire per dove era venuto, ma una nuova tempesta di fuoco lo investì di fronte, mentre cinque urbani piombavano su Gasparazza e Belladonna, le due brigantesse superstiti disarmandole e legandole ben strette. Altri balzarono dalle tenebre dirigendosi nel luogo ove era caduto, barcollando, Gasparone, ferito ad una gamba, mentre il trombone gli sfuggiva di mano. 

Il brigante, ruggendo come un leone, si alzò a fatica, tentò una vana resistenza, sguainò il pugnale cercando di difendersi, ma uno degli urbani lo colpì violentemente sul braccio con i calcio del fucile. Il dolore gli fece cadere di mano il pugnale e, in breve, fu disarmato e legato.

Don Matteo balzò dalle tenebre, diede alcuni ordini secchi ai suoi uomini e poi si rivolse a colui il quale, fino a poche ore prima, aveva seminato terrore e morte nella zona. “La tua carriera è finita, farabutto, gli sibilò, domani stesso sarai fucilato ed il mondo avrà finalmente un ladro ed un assassino in meno!” Il brigante, per tutta risposta, gli sputò in faccia, ma il capo urbano gli assestò un tremendo pugno sul volto mandandolo a rotolare per terra.

Poco dopo tre guardie, che si erano allontanate, ritornarono sul luogo dello scontro trascinandosi dietro alcuni asini ed i loro terrorizzati padroni.  Le salme dei quattro uomini e delle due donne furono caricate di traverso sui basti dei somari e, su un altro, fu posto a cavalcioni e legato Gasparazzo, mentre le due brigantesse, anch’esse con le mani legate dietro la schiena, erano spinte innanzi col calcio dei fucili   dagli urbani.

Verso la mezzanotte la comitiva, per Canalaci, giunse in paese dove, intanto, era già giunta la notizia della cattura del terribile brigante. Nessuno osava mettere il naso fuori dalla porta tanta era ancora la paura del celebre briccone, ma centinaia di occhi spiavano, da dietro le finestre, il corteo che avanzava tra le grida di vittoria degli urbani.

Gasparone, Gasparazza e Belladonna furono condotti nei sotterranei del castello e guardati a vista da cinque guardie, mentre altri urbani facevano al ronda all’esterno del castello.

Il giorno dopo il terribile brigante, colui che aveva terrorizzato Caccuri e dintorni, la moglie e la brigantessa superstite furono condotti al Petraro, il luogo arido e pietroso sotto il castello, dove avvenivano le esecuzioni e qui fucilati per la schiena.  Furono necessarie due scariche per porre fine all’esistenza di uno dei più feroci briganti che avesse mai infestato la zona. Pare che dopo la prima scarica ruggisse ancora come un leone furibondo maledicendo i suoi carnefici.

La morte ridusse, ma non eliminò del tutto il terrore dei contadini che, molti anni dopo, tremavano ancora al solo sentire il nome di Gasparone, E molti giurarono di aver spesso visto, nelle notti di luna, il suo fantasma, quello di Gasparazza e quelli dei suoi uomini, spesso seduti in cerchio al Petraro, proprio nel luogo dove era stato fucilato,  a banchettare e a progettare altre efferate imprese.

                                          
                                                              
Giuseppe Marino

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Verri in catene

   Tra caccuresi e sangiovannesi non è mai corso buon sangue, almeno fino alla metà del XVI secolo. Le due popolazioni entrarono in conflitto più o meno nel XIII secolo, anche se già alcuni decenni prima erano già scoppiati alcuni litigi tra i monaci basiliani del monastero di Santa Maria dei Tre fanciulli, spalleggiati dalla popolazione caccurese, e i florensi di Gioacchino da Fiore (San Giovanni ancora nemmeno esisteva). Tali contenziosi erano stati innescati dalla donazione dell’imperatore, all’abate di Celico, di una vastissimo territorio (il più grande feudo della Calabria) su parte del quale i caccuresi e i basiliani vantavano presunti diritti. In realtà essi avevano di fatto esercitato gli usi civici su quelle terre, ma non potevano esibire, ovviamente, nessun documento ufficiale che attestasse alcun diritto come l’astuto monaco florense li invitava a fare. Insomma vivevano e producevano su quella terra che il buon Dio aveva creato per tutti prima che lo stesso decidesse di darla in possesso a  re o imperatori (almeno così sostenevano i potenti ) che, a loro volta, la regalarono ai loro amici o la trattennero per sé per concedere ai sudditi, bontà loro, gli usi civici, anche questi in seguito in larga parte usurpati da clero e nobili.
   I litigi furibondi durarono fino al 1530 quando l’abate commendatario dell’Abazia Florense Salvatore Rota, in virtù di un diploma speciale di Carlo V concesse gli usi civici e l’esenzione dei tributi a coloro i quali si trasferivano a San Giovanni in Fiore per popolarla attirando in questo modo molti caccuresi. A quel punto diventò più difficile, per i caccuresi rimasti a Caccuri e i loro parenti trasferitisi a San Giovanni, venire alle mani come un tempo. La “curiosa tradizione” veniva rispettata solo in occasione della festa della Madonna della Patia (dei Tre fanciulli), quando la veglia della vigilia (la notte tra il 7 e l’8 settembre) finiva sempre “a palate”, cosa che si ripeté  fino alla fine degli anni ’40 del secolo scorso tanto che nel nostro dialetto, per indicare un lite furibonda si usa ancora l’espressione: “’
‘A notte ‘e ra Patia.”
   Una delle “battaglie” meno cruente, ma tra le più ridicole tra le due “etnie” fu combattuta verso la fine dell’ XII secolo.
                                               

  Correva l’anno di grazia 1199. Una mandria di porci pascolava tranquilla nella grancia di Buonolegno, un vasto territorio dell’altipiano silano appartenuto per secoli ai monaci basiliani dell’abbazia dei “Tre fanciulli” (Sancta Maria Trium Puerorum),  un antico cenobio caccurese. Nel 1147, però, l’imperatore Enrico VI°, su suggerimento della moglie Costanza, donò la grande tenuta, insieme ad altre ricche terre, all’abate Gioacchino da Fiore, fondatore dell’ordine dei Florensi, che aveva edificato un’abbazia  a pochi chilometri di distanza. La cosa non fu mai tollerata dai monaci di rito greco e dai focosi caccuresi dell’epoca che, sentendosi derubati,   spesse volte, armati di bastoni e di tanta rabbia, penetrarono nei loro antichi possedimenti bastonando i guardiani e devastando ogni cosa. Verso la fine del 1198, Costanza, che era sopravvissuta al marito, si spense serenamente. Allora Caccuresi e monaci basiliani ritennero  che, con la morte dell’Imperatrice, che aveva sempre protetto e favorito i Florensi, fosse giunto il momento di agire per dare una lezione ai loro avversari.
Ed ecco che ora  un gruppo di gente armata formato da monaci e cittadini, si avvicina furtivamente agli animali che pascolano ignari, custoditi da alcuni guardiani florensi.   Strisciando acquattati fra gli arbusti, arrivano a pochi metri poi, al cenno di uno di loro, balzano dai cespugli, tramortiscono a legano saldamente  i guardiani, catturano verri e scrofe e li conducono legati a Caccuri come volgari malfattori per rinchiuderli “in prigione” nei ricoveri dell’abbazia dei Tre Fanciulli.
Questa curiosa vicenda, narrata in molti libri di storia,  mi ha ispirato questa canzone scritta nel 1980,  musicata dal mio amico Luciano Falbo e arrangiata dallo stesso Luciano e dal grande Giovanni Spatafora  che saluto affettuosamente. Queste piacevoli attività riempivano le nostre serate invernali  verso la fine degli anni ’70 quando io avevo non avevo ancora trent’anni e loro erano ancora addirittura quasi fanciulli. Sarebbe bello se Luciano riprendesse quella vecchia partitura che si ispirava alla musica medioevale e quell’arrangiamento per riproporla in occasione di qualche convegno storico.

I verri maleritti

Ntra la grancia ‘e Bonuligno                        
ce su ’ pecore e muntuni                                     
crape, bifari e vitelli,   capre,                            
‘a ricchezza re Caccuri.      
     
                                   
Ma a Palermu, ‘ntra Sicilia                                   
Alla reggia e ru Tedescu                                       
 
Se tramava la sventura                                         
 
Re lu populu ‘e Caccuri  
           
                                
Tutte chille ricche terre                                         
 
Chi ne ravanu ‘e manciare                                     
Ci le dava lu Regnante                                            
Allu monaco fricune.                                               

 Ma lu populu sarbaggiu                                         
‘stu risignu ‘un fa passare                                     
 
runa manu alle mazzole                                          
‘sta ricchezza ‘un vo ’ lassare                         

  E ‘nu jornu chjini ‘e raggia                              
‘ntra Patia arrancu ’ tutti                           
E Giacchinu lu fricune                                     
Vira ’  ‘a raggia re la gente.                              

 Pugni, cauci e palate                                         
Alli verri chi pascianu,                                      
Si le portanu a Caccuri                                       
 
Ppe ‘  vinnitta ‘e ru marbaggiu.                          

I verri maledetti

Nella tenuta di Buonolegno
ci sono pecore e montoni
giovani montoni e vitelli,
La ricchezza di Caccuri.

Ma a Palermo, in Sicilia
Alla reggia dell’imperatore tedesco
si preparava la sventura
del popolo di Caccuri.

Tutte quelle ricche terre
che ci davano da mangiare
il Regnante le regalava
Al monaco scroccone (Gioacchino)

Ma il popolo fiero
non fa passare questo progetto,
mette mano ai bastoni
non vuol mollare questa ricchezza.

Ed un giorno, pieni di rabbia,
tutti accorrono in contrada Patia
e Gioacchino lo scroccone
Conosce l’ira della gente.

 
Pugni, calci e bastonate
ai maiali che pascolavano
se li portano a Caccuri
Per vendicarsi del malvagio

                                       Giuseppe Marino

 

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Storie di braccianti e di soprastanti

   La storia dei contadini e dei braccianti caccuresi è, come tutte le storie della povera gente, una storia di sacrifici, sofferenza, sfruttamento, povertà, una storia di uomini angariati dalla sorte e dai loro simili che li facevano ammazzare di fatica per un misero salario. A quei tempi si lavorava da “stilla a stilla”, dall’alba al tramonto per una ricotta o due litri di olio o un pugno di grano.

A soprintendere l lavoro di questa povera umanità vi era quasi sempre  il soprastante del barone, il caporale, avrebbe detto il grande Totò, che cercava, con tutti i mezzi, di ottenere il massimo da quest’uomini macilenti e ossuti.

Uno di questi sorveglianti aveva escogitato una trovata perversa che triplica, quadruplicava o quintuplicava l’impegno  la resa dei poveri braccianti.

Al mattino presto, dopo un’abbondante colazione, il fedele braccio destro del barone si faceva trovare nel luogo di raduno dei braccianti che, in fila indiana, si avviano ai campi. Si portava in coda alla fila e……….

 

                                          Quello del fico!  

                                                     

 La storia dei contadini e dei braccianti caccuresi è, come tutte le storie della povera gente, una storia di sacrifici, sofferenza, sfruttamento, povertà, una storia di uomini angariati dalla sorte e dai loro simili che li facevano ammazzare di fatica per un misero salario. A quei tempi si lavorava da “stilla a stilla”, dall’alba al tramonto per una ricotta o due litri di olio o un pugno di grano. A soprintendere l lavoro di questa povera umanità vi era quasi sempre   il soprastante del barone, il caporale, avrebbe detto il grande Totò, che cercava, con tutti i mezzi, di ottenere il massimo da quest’uomini macilenti e ossuti. Uno di questi sorveglianti aveva escogitato una trovata perversa che triplica, quadruplicava o quintuplicava l’impegno  la resa dei poveri braccianti. Al mattino presto, dopo un’abbondante colazione, il fedele braccio destro del barone si faceva trovare nel luogo di raduno dei braccianti che, in fila indiana, si avviano ai campi. Si portava in coda alla fila e……….

Si accostava con fare furtivo ad uno di quei poveri cristi e gli allungava, facendo attenzione a non farsi scorgere dagli altri lavoratori, uno o due fichi secchi con le mandorle. “Tieni, gli diceva, sei un bravo giovane tu! Meriti davvero questa attenzione, mangia che ti togli un po’ di fame. Ma ti raccomando, non dirlo ai tuoi compagni. E’ un’attenzione che mi sento di fare solo a te, non vorrei che tutti mi piombassero addosso chiedendomi fichi. Mica ne ho la dispensa piena io!” Poi, mentre il povero lavoratore ringraziava commosso, si staccava da lui e ripeteva la stessa operazione con tutti gli uomini della fila, sempre badando di non farsi vedere e non farsi sentire dagli altri.  Poi si portava in testa al gruppo ed accelerava l’andatura per guadagnare qualche minuto di lavoro. Giunti sul campo i braccianti impugnavano la zappa e cominciavano il loro duro lavoro.  La zappa calava alacremente e le zolle venivano rivoltate in profondità ma, dopo qualche ora, la schiena era a pezzi e le braccia indolenzite.  Gli uomini, distrutti dalla fatica, raddrizzavano un po’ la schiena e si appoggiavano alla zappa per riprendere fiato. Allora, puntuale come le tasse, si udiva la voce del soprastante: “Ehi, quello del fico!” E cinquanta schiene si curvano sul terreno e cinquanta zappe riprendevano alacremente a rivoltare il terreno e cinquanta uomini si sentivano in colpa per non aver saputo ricambiare il favore al caporale
 
                                                                                  
Giuseppe Marino

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                    "Caccuri e Cerenzia, i paisi e ra ciotia"
                  (Caccuri e Cerenzia i paesi della dabbenaggine)

                   
                   Ruderi della vecchia Cerenzia (Acheronthìa)


    
"Caccuri e Cerenzia, i paisi 'e ra ciotia!" La disgraziata rima ha condizionato e condiziona ancora la vita dei due paesi limitrofi favorendo la nascita di una lunga serie di  aneddoti in verità gustosi, sugli abitanti e sulle relazioni tra i due centri. I Caccuresi non perdono l'occasione per ironizzare sui Cerentinesi e questi ricambiano di gusto: Si racconta che nel 1848, quando i Cerentinesi abbandonarono l'antica Acheronthia per trasferirsi nel nuovo centro che era sorto a Paparotto, riuscirono a stento a costruire la chiesa, ma non ebbero la possibilità di comprare una campana che potesse scandire lo scorrere del tempo e perdevano facilmente il conto delle ore. Per fortuna nella vicina Caccuri vi era una grande campana i cui rintocchi si udivano distintamente anche a Cerenzia e così i Cerentinesi pensarono di aver risolto il problema. Quando i caccuresi vennero a sapere di questa, diciamo così appropriazione indebita di rintocchi, si arrabbiarono moltissimo e, per prima cosa, decisero di innalzare una siepe di filo spinato e frasche lungo il confine tra i due comuni per impedire al suono delle campane di raggiungere Cerenzia. Tutta la popolazione si portò sul cantiere e, lavorando alacremente, in men che non si dica, la siepe fu eretta. Poi i Caccuresi decisero di dare una lezione ai vicini scrocconi portandosi via la loro chiesa. Una cinquantina di ragazzi caccuresi scelti tra i più robusti partirono alla volta della cittadina rivale per caricarsi la chiesa sulle spalle e trasferirla a Caccuri. La notizia si sparse in un baleno seminando il panico tra i Cerentinesi. Fu immediatamente emanato un bando che ingiungeva a tutte le donne gravide di Cerenzia di sedersi sul sagrato della chiesa in modo da aumentarne sensibilmente il peso e far fallire l'impresa degli odiati vicini. Così fu e i forzuti caccuresi dovettero rinunciare alla vendetta. I Cerentinesi, felici per lo scampato pericolo, decisero di vendicarsi giocando d'astuzia. vedendo brillare nel cielo caccurese una splendida luna, invidiosi di tanta fortuna, decisero di impadronirsene furtivamente. Si partirono da Cerenzia, scavalcarono la siepe e giunsero in poco tempo a Caccuri. Si fermarono alla fontana di Canalaci per bere un sorso d'acqua e videro nel lavatoio l'astro d'argento. Rubarono in una stalla vicina un truogolo, lo immersero nel lavatoio riempiendolo d'acqua con dentro la luna e, caricatoselo in spalla, raggiunsero le periferie di Cerenzia. La luna era lì, abbagliante nel truogolo. Lo deposero delicatamente a terra e corsero in paese a cercare una scala per appendere la luna alla quercia più alta. Tornarono con la scala al truogolo, ma la luna era sparita. Rimasero sgomenti e volsero lo sguardo verso Caccuri. Qualche attimo dopo la luna sbucò da dietro una nuvola più splendente che mai nel cielo. "Maledetti Caccuresi!! esclamarono furiosi, se la sono ripresa mentre cercavamo la scala."

   Nel proporre questa amena storiella e' d'obbligo mettere in evidenza che i due paesi interessati sono e sono stati e sono tra i più illustri, civili ed evoluti dell'intera Calabria. Tutto ebbe origine, evidentemente, da quell'infelice rima che, in ogni caso, ha favorito il fiorire di favole degne della migliore letteratura.

                                                                                               Giuseppe Marino

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                            La leggenda del tesoro di Sant'Andrea


  In una notte buia e tempestosa di qualche secolo fa  una feroce banda di briganti era adunata sotto una grande quercia a Sant’Andrea, a due passi dal vecchio convento.  I lampi squarciavano le tenebre creando riflessi rossastri sulle facce spaventose dei terribili ceffi. L’acqua cadeva a scrosci ed il vento mugolava sinistramente tra gli alberi. Era la nottata ideale per nascondere un tesoro grondante sangue, frutto di ruberie, assassinii, saccheggi.  
   Il capo dei masnadieri fece scavare una buca molto profonda nella quale vennero occultati con cura  monili, monete d’oro, pietre preziose custoditi all’interno di un forziere. Poi i bricconi cancellarono accuratamente ogni traccia del loro lavoro e giurarono solennemente che mai, nessuno di loro, per nessun motivo, avrebbe rivelato il nascondiglio del bottino. Infine una megera, moglie di uno dei fuorilegge, mentre i lampi diventano sempre più spaventosi e l’atmosfera del luogo diveniva sempre più cupa e sinistra, pronunciò una formula magica e stabilì un sortilegio a protezione del tesoro.  
     Qualche settimana dopo la terribile notte, la feroce comitiva venne sgominata in un conflitto a fuoco con i gendarmi. Nessuno si salvò, nemmeno le donne, nemmeno la fattucchiera. Qualcuno, però, prima di morire, si era, evidentemente, lasciato sfuggire qualcosa per cui si diffuse la voce che per impadronirsi delle inestimabili ricchezze custodite sotto la quercia, alla base del grande muro,  bisognava scannarvi nei pressi una donna incinta e somministrare l’eucarestia ad un gallo.  
     La notizia  si tramandò di generazione in generazione, però, da allora, nessuno è riuscito a mettere le mani sul malloppo, non tanto perché non vi sia uno scellerato capace di sgozzare una donna incinta, quanto per la difficoltà di reperire un pennuto disposto a confessarsi e comunicarsi. E così il tesoro è ancora lì, da quasi due secoli, in attesa di uno sciagurato capace di una simile impresa e di un “re del pollaio” che voglia salvarsi l’anima.  
     Non c’è più, invece, il vecchio muro abbattuto negli anni ’80 per costruirvi un campo di tennis all’interno del parco comunale.

 

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                        Il terribile mostro di Trabese
                    (da un'antica storiella locale rielaborata da Giuseppe Marino)

                



  
All’improvviso un urlo terrificante ruppe la calma serena che regnava nell’aprica valle di Trabbese,  un lembo di terra dell’agro di Cerenzia, nei pressi dei ruderi della vecchia cittadina di Acerenthia, a circa due miglia da Caccuri. “Aiuto, aiutoooo! Accorrete, accorrete gente! Venite con schioppi, coltelli, pugnali, bastoni, presto, accorrete!”   Il giovane contadino cerentinese, terrorizzato, ansante e con la schiuma alla bocca, sbucò all’improvviso da una macchia di lentischio, proprio mentre si trovava a passare da quelle parti un caccurese che, col suo asino, tornava dalla vicina Verzino dove s’era recato a vendere un tomolo di fagioli.     Rinfrancato da questa insperata presenza umana, il ragazzo si fermò un attimo a riprendere fiato, mentre altri contadini accorrevano dai loro campi armati di tutto punto. I nuovi arrivati chiesero il motivo di tanto terrore ed egli , con frasi smozzicate ed interrompendosi spesso per l’evidente choc subito, raccontò ai più coraggiosi concittadini e all’esterrefatto caccurese, quello che aveva visto. “Che paura, amici, che animale spaventoso, terrificante mi son trovato davanti all’improvviso! Un animale mai visto: un animale velenoso che non è un bue, eppure ha le corna, non è un verro, eppure ha la schiuma, non è un pellegrino, ma si porta la casa addosso, una cosa mai vista! Che paura amici miei! Deve essere davvero pericoloso.”     La descrizione del mostro fece correre un brivido per la schiena dei pur coraggiosi contadini che decisero, con molta prudenza, di avvicinarsi al luogo dove quest’essere raccapricciante era stato visto, armati fino ai denti, nel tentativo di ucciderlo. E così, procedendo con cautela, due passi avanti ed uno indietro e facendosi vicendevolmente coraggio, la comitiva si avviò verso il luogo indicato dal giovane che ancora batteva i denti per lo spavento.  Alla testa del gruppo si era messo, con spavalda ed incosciente baldanza il caccurese che, tuttavia, pur mostrandosi più coraggioso degli altri, provava anch’egli una certa inquietudine.     Quando furono ad un paio di centinaia di metri dal luogo indicato, la tensione era alle stelle ed ognuno si aspettava di trovarsi davanti lo spaventoso mostro, ma guardando nella direzione indicata, non si scorgeva alcun animale. I contadini erano perplessi ed incerti sul da farsi, ma il ragazzo, che chiudeva il corteo, li invitò ad andare avanti con circospezione perché il mostro si era acquattato dietro una grossa pietra.     Ripreso coraggio, avanzarono ancora per altri cento metri, ma del mostro nessuna traccia. Poi, sempre spinti dal giovane, arrivarono a dieci metri dalla pietra. A questo punto la paura era davvero tanta e nessuno osò aggirare il masso indicato dal loro amico.  Ma oramai bisognava andare sino in fondo, pensò il solito spaccone caccurese e così, con lo schioppo puntato verso il masso, mentre un silenzio tombale era sceso nella piccola valle e i Cerentinesi se ne stavano col fiato sospeso, avanzò dapprima cautamente, poi, deciso e, con un balzo fu dietro il masso indicato.  Diede uno sguardo, vide il terribile mostro, si chinò, lo raccolse e se lo mise in tasca tornando sorridente verso il gruppo dei cerentinesi che, per lo spavento erano ancora lì impietriti.  Mise la mano in tasca, tirò fuori la terribile bestia e la fece vedere agli astanti che, istintivamente, avevano fatto un balzo all’indietro chiedendo al ragazzo, ancora terrorizzato, se era quello il mostro. Il contadinello, più morto che vivo, assentì, mentre gli altri si avvicinavano con circospezione per osservare l’innocua chiocciolina che il coraggioso caccurese teneva nel palmo della mano.

 
               
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                              I cagnusi di Caccuri

   La leggenda del mostro della valle di Trabbese è senz’altro una invenzione di qualche buontempone caccurese del secolo scorso. Ma i simpatici amici cerentinesi non accettavano  passivamente frizzi e lazzi dei vicini burloni e, a loro volta, inventavano delle altre storie  non meno spassose e salaci ai danni dei Caccuresi. Pare che a quei tempi, per una carenza di iodio nell’acqua di Caccuri e nell’alimentazione in generale, si verificasse nella popolazione del paese vicino, un’alterazione della funzione tiroidea con l’insorgere di gozzi a volta anche molto consistenti. Ovviamente il disturbo affiggeva anche le ragazze caccuresi che, però, a detta dei Cerentinesi, esibivano questo non propriamente estetico accessorio con orgoglio “elevandolo addirittura a titolo dotale”  Il gozzo, insomma, insieme al corredo, era, per le giovani caccuresi, anche una sorta di dote.  E così, quando una di loro tardava a trovare marito, pare si rivolgesse al patrono, San Rocco, con questa preghiera propiziatoria.

 

            Santu Roccu mio benigno                  San Rocco mio, benigno

            Tu lu sai pecchì ce vegnu                   Tu sai perché vengo ad implorarti.

           Tanta brutta nun ce signu,                   Tanto brutta poi non sono,

           Nu pocù ‘e cagnu puru ‘u tegnu.        E possiedo anche un po’ di gozzo.

 

   Questa simpatica storiella che mette un po’ in ridicolo le bellissime ragazze caccuresi è stata ripresa  dal compianto dottor Giuseppe Aragona nel suo pregevolissimo volume su Cerenzia pubblicato nel 1989 e ristampato recentemente.


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Evemtualmente...?

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