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Era
una dolce giornata del mese di maggio. L’aria era tiepida ed il
sole brillava nel cielo accarezzando i fiori di campo nei
verdi prati che circondavano il paese. Stormi di rondini, garrivano
felici incuranti o, forse ignare, della tragedia.
Nella
miserabile catapecchia i cinque morti giacevano su povere
cassapanche composte alla meglio dalla pietà e dal dolore dei
parenti. I pianti ed i gemiti rompevano il magico incanto della
giornata primaverile, mentre sull’uscio, crocchi di contadini, col
cappello in mano, qualche lacrima che solcava il loro volto scavato
e l’angoscia che li attanagliava, commentavano sommessamente l’accaduto.
Pasquale
Mignaccio, la moglie Annuzza, la figlia Luisa ed i figli maschi,
Nicola e Salvatore, che aiutavano il padre nel duro lavoro dei
campi, erano stati scannati come capretti, sgozzati nel sonno da una
furia bestiale e irrazionale, mentre dappertutto erano visibili i
segni del saccheggio e della devastazione. Capre, agnelli, galline,
provviste, niente era stato risparmiato dalla terribile banda di
razziatori che avevano anche rovistato da cima a fondo la casuccia
alla ricerca di chissà quale tesoro.
Ancora
una volta il terribile Gasparone, con la sua orda di masnadieri,
aveva seminato terrore e morte nella campagna caccurese. Era costui
un feroce brigante che, da anni, scorrazzava nei dintorni del paese
facendo strage di povera gente. Il solo nome faceva gelare il sangue
nelle vene, ma al pari di lui era temuta la sua trista moglie,
Assuntina, ma che tutti conoscevano col soprannome di Gasparazza.
Di
Gasparone e della sua banda si diceva che avessero scelto come
rifugio alcune grotte nella contrada di “Sotto le Timpe”, una
zona impervia e ricoperta da una fitta boscaglia che i briganti
conoscevano a menadito, ma nella quale mai la Guardia urbana aveva
avuto il coraggio di avventurarsi. Nessuno osava oltrepassare la
chiesa di San Rocco dalla quale si dominava la vallata e gli occhi
temevano persino di posarsi su quella zona maledetta.
Al
mattino presto, quando i cadaveri delle povere vittime erano stati
scoperti da un contadino che abitava a Laruso, a meno di un miglio
di distanza dalla casupola del povero Pasquale, molta gente era
accorsa a consolare i parenti e a rendere omaggio ai morti. Era
venuto anche don Matteo, il capo degli urbani con dieci sue
guardie ed aveva sostato a lungo nella fattoria visibilmente
sconvolto. Questa volta Gasparone aveva davvero superato i limiti,
ma la paura era tale che nessuno osava dar voce ai propri pensieri.
Don Matteo fece un segno ai suoi uomini e si allontanò lentamente
da quel luogo che era stato teatro delle atroci efferatezze dell’imprendibile
brigante.
Erano
oramai trascorsi dieci giorni dal giorno della strage.
La sera del due di giugno la luna piena rischiarava il cielo
caccurese. Sul sentiero per il Bordò le ombre degli elci e dei
sugheri disegnavano strane, mostruose, bizzarre figure. Un
silenzio innaturale rendeva più tetra la campagna. Verso le nove
ombre furtive comparvero da una svolta avanzando guardinghe e
lentamente risalirono il viottolo verso Matasse. Erano cinque uomini
e tre donne armati di tutto punto. La luce lunare li rendeva
abbastanza visibili, nonostante le ombre spesso li nascondessero per
qualche attimo a chi eventualmente li avesse osservati da lontano.
Fecero un centinaio di metri e si ritrovarono in un tratto di strada
dove la vegetazione era più rigogliosa.
All’improvviso
scoppio l’inferno. Un uragano di fuoco investì la comitiva da
ogni direzione. Caddero immediatamente quattro degli uomini e una
delle donne. Il quinto tentò di fuggire per dove era venuto, ma una
nuova tempesta di fuoco lo investì di fronte, mentre cinque urbani
piombavano su Gasparazza e Belladonna, le due brigantesse superstiti
disarmandole e legandole ben strette. Altri balzarono dalle tenebre
dirigendosi nel luogo ove era caduto, barcollando, Gasparone, ferito
ad una gamba, mentre il trombone gli sfuggiva di mano.
Il
brigante, ruggendo come un leone, si alzò a fatica, tentò una vana
resistenza, sguainò il pugnale cercando di difendersi, ma uno degli
urbani lo colpì violentemente sul braccio con i calcio del fucile.
Il dolore gli fece cadere di mano il pugnale e, in breve, fu
disarmato e legato.
Don
Matteo balzò dalle tenebre, diede alcuni ordini secchi ai suoi
uomini e poi si rivolse a colui il quale, fino a poche ore prima,
aveva seminato terrore e morte nella zona. “La tua carriera è
finita, farabutto, gli sibilò, domani stesso sarai fucilato ed il
mondo avrà finalmente un ladro ed un assassino in meno!” Il
brigante, per tutta risposta, gli sputò in faccia, ma il capo
urbano gli assestò un tremendo pugno sul volto mandandolo a
rotolare per terra.
Poco
dopo tre guardie, che si erano allontanate, ritornarono sul luogo
dello scontro trascinandosi dietro alcuni asini ed i loro
terrorizzati padroni. Le salme dei quattro uomini e delle due
donne furono caricate di traverso sui basti dei somari e, su un
altro, fu posto a cavalcioni e legato Gasparazzo, mentre le due
brigantesse, anch’esse con le mani legate dietro la schiena, erano
spinte innanzi col calcio dei fucili dagli urbani.
Verso
la mezzanotte la comitiva, per Canalaci, giunse in paese dove,
intanto, era già giunta la notizia della cattura del terribile
brigante. Nessuno osava mettere il naso fuori dalla porta tanta era
ancora la paura del celebre briccone, ma centinaia di occhi
spiavano, da dietro le finestre, il corteo che avanzava tra le grida
di vittoria degli urbani.
Gasparone,
Gasparazza e Belladonna furono condotti nei sotterranei del castello
e guardati a vista da cinque guardie, mentre altri urbani facevano
al ronda all’esterno del castello.
Il
giorno dopo il terribile brigante, colui che aveva terrorizzato
Caccuri e dintorni, la moglie e la brigantessa superstite furono
condotti al Petraro, il luogo arido e pietroso sotto il castello,
dove avvenivano le esecuzioni e qui fucilati per la schiena.
Furono necessarie due scariche per porre fine all’esistenza di uno
dei più feroci briganti che avesse mai infestato la zona. Pare che
dopo la prima scarica ruggisse ancora come un leone furibondo
maledicendo i suoi carnefici.
La
morte ridusse, ma non eliminò del tutto il terrore dei contadini
che, molti anni dopo, tremavano ancora al solo sentire il nome di
Gasparone, E molti giurarono di aver spesso visto, nelle notti di
luna, il suo fantasma, quello di Gasparazza e quelli dei suoi
uomini, spesso seduti in cerchio al Petraro, proprio nel luogo dove
era stato fucilato, a banchettare e a progettare altre
efferate imprese.
Giuseppe
Marino
Tra
caccuresi e sangiovannesi non è mai corso buon sangue, almeno fino
alla metà del XVI secolo. Le due popolazioni entrarono in conflitto
più o meno nel XIII secolo, anche se già alcuni decenni prima
erano già scoppiati alcuni litigi tra i monaci basiliani del
monastero di Santa Maria dei Tre fanciulli, spalleggiati dalla
popolazione caccurese, e i florensi di Gioacchino da Fiore (San
Giovanni ancora nemmeno esisteva). Tali contenziosi erano stati
innescati dalla donazione dell’imperatore, all’abate di Celico,
di una vastissimo territorio (il più grande feudo della Calabria)
su parte del quale i caccuresi e i basiliani vantavano presunti
diritti. In realtà essi avevano di fatto esercitato gli usi civici
su quelle terre, ma non potevano esibire, ovviamente, nessun
documento ufficiale che attestasse alcun diritto come l’astuto
monaco florense li invitava a fare. Insomma vivevano e producevano
su quella terra che il buon Dio aveva creato per tutti prima che lo
stesso decidesse di darla in possesso a re
o imperatori (almeno così sostenevano i potenti ) che, a loro
volta, la regalarono ai loro amici o la trattennero per sé per
concedere ai sudditi, bontà loro, gli usi civici, anche questi in
seguito in larga parte usurpati da clero e nobili.
I litigi
furibondi durarono fino al 1530 quando l’abate commendatario
dell’Abazia Florense Salvatore Rota, in virtù di un diploma
speciale di Carlo V concesse gli usi civici e l’esenzione dei
tributi a coloro i quali si trasferivano a San Giovanni in Fiore per
popolarla attirando in questo modo molti caccuresi. A quel punto
diventò più difficile, per i caccuresi rimasti a Caccuri e i loro
parenti trasferitisi a San Giovanni, venire alle mani come un tempo.
La “curiosa tradizione” veniva rispettata solo in occasione
della festa della Madonna della Patia (dei Tre fanciulli), quando la
veglia della vigilia (la notte tra il 7 e l’8 settembre) finiva
sempre “a palate”, cosa che si ripeté fino
alla fine degli anni ’40 del secolo scorso tanto che nel nostro
dialetto, per indicare un lite furibonda si usa ancora
l’espressione: “’ ‘A
notte ‘e ra Patia.”
Una delle
“battaglie” meno cruente, ma tra le più ridicole tra le due
“etnie” fu combattuta verso la fine dell’ XII secolo.
Correva l’anno di grazia 1199. Una mandria di porci
pascolava tranquilla nella grancia di Buonolegno, un vasto
territorio dell’altipiano silano appartenuto per secoli ai monaci
basiliani dell’abbazia dei “Tre fanciulli” (Sancta Maria Trium
Puerorum), un antico
cenobio caccurese. Nel 1147, però, l’imperatore Enrico VI°, su
suggerimento della moglie Costanza, donò la grande tenuta, insieme
ad altre ricche terre, all’abate Gioacchino da Fiore, fondatore
dell’ordine dei Florensi, che aveva edificato un’abbazia
a pochi chilometri di distanza. La cosa non fu mai tollerata
dai monaci di rito greco e dai focosi caccuresi dell’epoca che,
sentendosi derubati, spesse
volte, armati di bastoni e di tanta rabbia, penetrarono nei loro
antichi possedimenti bastonando i guardiani e devastando ogni cosa.
Verso la fine del 1198, Costanza, che era sopravvissuta al marito,
si spense serenamente. Allora Caccuresi e monaci basiliani ritennero
che, con la morte dell’Imperatrice, che aveva sempre
protetto e favorito i Florensi, fosse giunto il momento di agire per
dare una lezione ai loro avversari.
Ed ecco che ora un
gruppo di gente armata formato da monaci e cittadini, si avvicina
furtivamente agli animali che pascolano ignari, custoditi da
alcuni guardiani florensi.
Strisciando acquattati fra gli arbusti, arrivano a pochi
metri poi, al cenno di uno di loro, balzano dai cespugli,
tramortiscono a legano saldamente i
guardiani, catturano verri e scrofe e li conducono legati a Caccuri
come volgari malfattori per rinchiuderli “in prigione” nei
ricoveri dell’abbazia dei Tre Fanciulli.
Questa curiosa vicenda, narrata in molti libri di storia,
mi ha ispirato questa canzone scritta nel 1980, musicata
dal mio amico Luciano Falbo e arrangiata dallo stesso Luciano e dal
grande Giovanni Spatafora che
saluto affettuosamente. Queste piacevoli attività riempivano le
nostre serate invernali verso
la fine degli anni ’70 quando io avevo non avevo ancora
trent’anni e loro erano ancora addirittura quasi fanciulli.
Sarebbe bello se Luciano riprendesse quella vecchia partitura che si
ispirava alla musica medioevale e quell’arrangiamento per
riproporla in occasione di qualche convegno storico.
I
verri maleritti
‘Ntra
la grancia ‘e Bonuligno
ce
su ’ pecore e muntuni
crape, bifari e vitelli,
capre,
‘a ricchezza re Caccuri.
Ma a Palermu, ‘ntra Sicilia
Alla reggia e ru Tedescu
Se tramava la sventura
Re lu populu ‘e Caccuri
Tutte chille ricche terre
Chi
ne ravanu ‘e manciare
Ci
le dava lu Regnante
Allu monaco fricune.
Ma
lu populu sarbaggiu
‘stu risignu ‘un fa passare
runa manu alle mazzole
‘sta ricchezza ‘un vo ’ lassare
E ‘nu jornu chjini ‘e raggia
‘ntra Patia arrancu ’ tutti
E Giacchinu lu fricune
Vira ’ ‘a
raggia re la gente.
Pugni,
cauci e palate
Alli verri chi pascianu,
Si le portanu a Caccuri
Ppe
‘ vinnitta
‘e ru marbaggiu.
|
I
verri maledetti
Nella
tenuta di Buonolegno
ci sono pecore e montoni
giovani montoni e vitelli,
La ricchezza di Caccuri.
Ma
a Palermo, in Sicilia
Alla reggia dell’imperatore tedesco
si preparava la sventura
del popolo di Caccuri.
Tutte
quelle ricche terre
che ci davano da mangiare
il Regnante le regalava
Al monaco scroccone (Gioacchino)
Ma
il popolo fiero
non fa passare questo progetto,
mette mano ai bastoni
non vuol mollare questa ricchezza.
Ed un giorno, pieni di rabbia,
tutti accorrono in contrada Patia
e Gioacchino lo scroccone
Conosce l’ira della gente.
Pugni,
calci e bastonate
ai maiali che pascolavano
se li portano a Caccuri
Per
vendicarsi del malvagio |
Giuseppe Marino
La
storia dei contadini e dei braccianti caccuresi è, come tutte le
storie della povera gente, una storia di sacrifici, sofferenza,
sfruttamento, povertà, una storia di uomini angariati dalla sorte e
dai loro simili che li facevano ammazzare di fatica per un misero
salario. A quei tempi si lavorava da “stilla a stilla”, dall’alba
al tramonto per una ricotta o due litri di olio o un pugno di grano.
A
soprintendere l lavoro di questa povera umanità vi era quasi sempre
il soprastante del barone, il caporale, avrebbe detto il
grande Totò, che cercava, con tutti i mezzi, di ottenere il massimo
da quest’uomini macilenti e ossuti.
Uno
di questi sorveglianti aveva escogitato una trovata perversa che
triplica, quadruplicava o quintuplicava l’impegno
la resa dei poveri braccianti.
Al
mattino presto, dopo un’abbondante colazione, il fedele braccio
destro del barone si faceva trovare nel luogo di raduno dei
braccianti che, in fila indiana, si avviano ai campi. Si portava in
coda alla fila e……….
Quello del fico!
La
storia dei contadini e dei braccianti caccuresi è, come tutte le
storie della povera gente, una storia di sacrifici, sofferenza,
sfruttamento, povertà, una storia di uomini angariati dalla sorte e
dai loro simili che li facevano ammazzare di fatica per un misero
salario. A quei tempi si lavorava da “stilla a stilla”, dall’alba
al tramonto per una ricotta o due litri di olio o un pugno di grano.
A soprintendere l lavoro di questa povera umanità vi era quasi
sempre il
soprastante del barone, il caporale, avrebbe detto il grande Totò,
che cercava, con tutti i mezzi, di ottenere il massimo da quest’uomini
macilenti e ossuti.
Uno di questi sorveglianti aveva escogitato una trovata perversa che
triplica, quadruplicava o quintuplicava l’impegno
la resa dei poveri braccianti.
Al mattino presto, dopo un’abbondante colazione, il fedele braccio
destro del barone si faceva trovare nel luogo di raduno dei
braccianti che, in fila indiana, si avviano ai campi. Si portava in
coda alla fila e……….
Si
accostava con fare furtivo ad uno di quei poveri cristi e gli
allungava, facendo attenzione a non farsi scorgere dagli altri
lavoratori, uno o due fichi secchi con le mandorle. “Tieni, gli
diceva, sei un bravo giovane tu! Meriti davvero questa attenzione,
mangia che ti togli un po’ di fame. Ma ti raccomando, non dirlo ai
tuoi compagni. E’ un’attenzione che mi sento di fare solo a te,
non vorrei che tutti mi piombassero addosso chiedendomi fichi. Mica
ne ho la dispensa piena io!” Poi, mentre il povero lavoratore
ringraziava commosso, si staccava da lui e ripeteva la stessa
operazione con tutti gli uomini della fila, sempre badando di non
farsi vedere e non farsi sentire dagli altri.
Poi si portava in testa al gruppo ed
accelerava l’andatura per guadagnare qualche minuto di lavoro.
Giunti sul campo i braccianti impugnavano la zappa e cominciavano il
loro duro lavoro. La zappa calava alacremente e le zolle
venivano rivoltate in profondità ma, dopo qualche ora, la schiena
era a pezzi e le braccia indolenzite. Gli uomini, distrutti
dalla fatica, raddrizzavano un po’ la schiena e si appoggiavano
alla zappa per riprendere fiato. Allora, puntuale come le tasse, si
udiva la voce del soprastante: “Ehi, quello del fico!” E
cinquanta schiene si curvano sul terreno e cinquanta zappe
riprendevano alacremente a rivoltare il terreno e cinquanta uomini
si sentivano in colpa per non aver saputo ricambiare il favore al
caporale
Giuseppe Marino
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"Caccuri
e Cerenzia, i paisi e ra ciotia"
(Caccuri e Cerenzia i paesi della dabbenaggine)

Ruderi della vecchia Cerenzia (Acheronthìa)
"Caccuri e
Cerenzia, i paisi 'e ra ciotia!" La disgraziata rima ha
condizionato e condiziona ancora la vita dei due paesi limitrofi
favorendo la nascita di una lunga serie di aneddoti in verità
gustosi, sugli abitanti e sulle relazioni tra i due centri. I Caccuresi
non perdono l'occasione per ironizzare sui Cerentinesi e questi
ricambiano di gusto: Si racconta che nel 1848, quando i Cerentinesi
abbandonarono l'antica Acheronthia per trasferirsi nel nuovo centro che
era sorto a Paparotto, riuscirono a stento a costruire la chiesa, ma
non ebbero la possibilità di comprare una campana che potesse scandire
lo scorrere del tempo e perdevano facilmente il conto delle ore. Per
fortuna nella vicina Caccuri vi era una grande campana i cui rintocchi
si udivano distintamente anche a Cerenzia e così i Cerentinesi
pensarono di aver risolto il problema. Quando i caccuresi vennero a
sapere di questa, diciamo così appropriazione indebita di rintocchi,
si arrabbiarono moltissimo e, per prima cosa, decisero di innalzare una
siepe di filo spinato e frasche lungo il confine tra i due comuni per
impedire al suono delle campane di raggiungere Cerenzia. Tutta la
popolazione si portò sul cantiere e, lavorando alacremente, in men che
non si dica, la siepe fu eretta. Poi i Caccuresi decisero di dare una
lezione ai vicini scrocconi portandosi via la loro chiesa. Una
cinquantina di ragazzi caccuresi scelti tra i più robusti partirono
alla volta della cittadina rivale per caricarsi la chiesa sulle spalle
e trasferirla a Caccuri. La notizia si sparse in un baleno seminando il
panico tra i Cerentinesi. Fu immediatamente emanato un bando che
ingiungeva a tutte le donne gravide di Cerenzia di sedersi sul sagrato
della chiesa in modo da aumentarne sensibilmente il peso e far fallire
l'impresa degli odiati vicini. Così fu e i forzuti caccuresi dovettero
rinunciare alla vendetta. I Cerentinesi, felici per lo scampato
pericolo, decisero di vendicarsi giocando d'astuzia. vedendo brillare
nel cielo caccurese una splendida luna, invidiosi di tanta fortuna,
decisero di impadronirsene furtivamente. Si partirono da Cerenzia,
scavalcarono la siepe e giunsero in poco tempo a Caccuri. Si fermarono
alla fontana di Canalaci per bere un sorso d'acqua e videro nel
lavatoio l'astro d'argento. Rubarono in una stalla vicina un truogolo,
lo immersero nel lavatoio riempiendolo d'acqua con dentro la luna e,
caricatoselo in spalla, raggiunsero le periferie di Cerenzia. La luna
era lì, abbagliante nel truogolo. Lo deposero delicatamente a terra e
corsero in paese a cercare una scala per appendere la luna alla quercia
più alta. Tornarono con la scala al truogolo, ma la luna era sparita.
Rimasero sgomenti e volsero lo sguardo verso Caccuri. Qualche attimo
dopo la luna sbucò da dietro una nuvola più splendente che mai nel
cielo. "Maledetti Caccuresi!! esclamarono furiosi, se la sono
ripresa mentre cercavamo la scala."
Nel proporre questa amena storiella e' d'obbligo mettere in evidenza
che i due paesi interessati sono e sono stati e sono tra i più
illustri, civili ed evoluti dell'intera Calabria. Tutto ebbe origine,
evidentemente, da quell'infelice rima che, in ogni caso, ha favorito il
fiorire di favole degne della migliore letteratura.
Giuseppe Marino

In una notte buia e tempestosa
di qualche secolo fa una
feroce banda di briganti era adunata sotto una grande quercia a Sant’Andrea,
a due passi dal vecchio convento.
I lampi squarciavano le tenebre creando riflessi rossastri sulle
facce spaventose dei terribili ceffi. L’acqua cadeva a scrosci ed il
vento mugolava sinistramente tra gli alberi. Era la nottata ideale per
nascondere un tesoro grondante sangue, frutto di ruberie, assassinii,
saccheggi.
Il
capo dei masnadieri fece scavare una buca molto profonda nella quale
vennero occultati con cura monili, monete d’oro, pietre
preziose custoditi all’interno di un forziere. Poi i bricconi
cancellarono accuratamente ogni traccia del loro lavoro e giurarono
solennemente che mai, nessuno di loro, per nessun motivo, avrebbe rivelato il nascondiglio del bottino. Infine una megera, moglie di uno
dei fuorilegge, mentre i lampi diventano sempre più spaventosi e l’atmosfera
del luogo diveniva sempre più cupa e sinistra, pronunciò una formula
magica e stabilì un sortilegio a protezione del tesoro.
Qualche
settimana dopo la terribile notte, la feroce comitiva venne sgominata
in un conflitto a fuoco con i gendarmi. Nessuno si salvò,
nemmeno le donne, nemmeno la fattucchiera. Qualcuno, però, prima di
morire, si era, evidentemente, lasciato sfuggire qualcosa per cui si
diffuse la voce che per impadronirsi delle inestimabili ricchezze
custodite sotto la quercia, alla base del grande muro,
bisognava scannarvi nei pressi una donna incinta e somministrare
l’eucarestia ad un gallo.
La
notizia si tramandò di generazione in generazione, però, da
allora, nessuno è riuscito a mettere le mani sul malloppo, non tanto
perché non vi sia uno scellerato capace di sgozzare una donna incinta,
quanto per la difficoltà di reperire un pennuto disposto a confessarsi
e comunicarsi. E così il tesoro è ancora lì, da quasi due secoli, in
attesa di uno sciagurato capace di una simile impresa e di un “re del
pollaio” che voglia salvarsi l’anima.
Non
c’è più, invece, il vecchio muro abbattuto negli anni ’80 per
costruirvi un campo di tennis all’interno del parco comunale.
Il terribile mostro di Trabese
(da un'antica storiella locale rielaborata da Giuseppe Marino)

All’improvviso
un urlo terrificante ruppe la calma serena che regnava nell’aprica
valle di Trabbese, un lembo di terra dell’agro di Cerenzia, nei
pressi dei ruderi della vecchia cittadina di Acerenthia, a circa due
miglia da Caccuri. “Aiuto, aiutoooo! Accorrete, accorrete gente!
Venite con schioppi, coltelli, pugnali, bastoni, presto, accorrete!”
Il giovane contadino cerentinese, terrorizzato, ansante e con la
schiuma alla bocca, sbucò all’improvviso da una macchia di
lentischio, proprio mentre si trovava a passare da quelle parti un
caccurese che, col suo asino, tornava dalla vicina Verzino dove s’era
recato a vendere un tomolo di fagioli.
Rinfrancato da questa insperata presenza umana, il
ragazzo si fermò un attimo a riprendere fiato, mentre altri contadini
accorrevano dai loro campi armati di tutto punto. I nuovi arrivati
chiesero il motivo di tanto terrore ed egli , con frasi smozzicate ed
interrompendosi spesso per l’evidente choc subito, raccontò ai più
coraggiosi concittadini e all’esterrefatto caccurese, quello che
aveva visto.
“Che paura, amici, che animale spaventoso, terrificante mi son
trovato davanti all’improvviso! Un animale mai visto: un animale
velenoso che non è un bue, eppure ha le corna, non è un verro, eppure
ha la schiuma, non è un pellegrino, ma si porta la casa addosso, una
cosa mai vista! Che paura amici miei! Deve essere davvero pericoloso.”
La descrizione del mostro fece correre un brivido
per la schiena dei pur coraggiosi contadini che decisero, con molta
prudenza, di avvicinarsi al luogo dove quest’essere raccapricciante
era stato visto, armati fino ai denti, nel tentativo di ucciderlo. E
così, procedendo con cautela, due passi avanti ed uno indietro e
facendosi vicendevolmente coraggio, la comitiva si avviò verso il
luogo indicato dal giovane che ancora batteva i denti per lo
spavento. Alla testa del gruppo si era messo, con spavalda ed
incosciente baldanza il caccurese che, tuttavia, pur mostrandosi più
coraggioso degli altri, provava anch’egli una certa inquietudine.
Quando furono ad un paio di centinaia di metri dal
luogo indicato, la tensione era alle stelle ed ognuno si aspettava di
trovarsi davanti lo spaventoso mostro, ma guardando nella direzione
indicata, non si scorgeva alcun animale. I contadini erano perplessi ed
incerti sul da farsi, ma il ragazzo, che chiudeva il corteo, li invitò
ad andare avanti con circospezione perché il mostro si era acquattato
dietro una grossa pietra.
Ripreso coraggio, avanzarono ancora per altri cento
metri, ma del mostro nessuna traccia. Poi, sempre spinti dal giovane,
arrivarono a dieci metri dalla pietra. A questo punto la paura era
davvero tanta e nessuno osò aggirare il masso indicato dal loro
amico. Ma oramai bisognava andare sino in fondo, pensò il solito
spaccone caccurese e così, con lo schioppo puntato verso il masso,
mentre un silenzio tombale era sceso nella piccola valle e i
Cerentinesi se ne stavano col fiato sospeso, avanzò dapprima
cautamente, poi, deciso e, con un balzo fu dietro il masso
indicato. Diede uno sguardo, vide il terribile mostro, si chinò,
lo raccolse e se lo mise in tasca tornando sorridente verso il gruppo
dei cerentinesi che, per lo spavento erano ancora lì impietriti.
Mise la mano in tasca, tirò fuori la terribile bestia e la fece vedere
agli astanti che, istintivamente, avevano fatto un balzo all’indietro
chiedendo al ragazzo, ancora terrorizzato, se era quello il mostro. Il
contadinello, più morto che vivo, assentì, mentre gli altri si
avvicinavano con circospezione per osservare l’innocua chiocciolina
che il coraggioso caccurese teneva nel palmo della mano.
Torna
all'inizio
La
leggenda del mostro della valle di Trabbese è senz’altro una
invenzione di qualche buontempone caccurese del secolo scorso. Ma i
simpatici amici cerentinesi non accettavano passivamente frizzi e
lazzi dei vicini burloni e, a loro volta, inventavano delle altre
storie non meno spassose e salaci ai danni dei Caccuresi. Pare
che a quei tempi, per una carenza di iodio nell’acqua di Caccuri e
nell’alimentazione in generale, si verificasse nella popolazione del
paese vicino, un’alterazione della funzione tiroidea con l’insorgere
di gozzi a volta anche molto consistenti. Ovviamente il disturbo
affiggeva anche le ragazze caccuresi che, però, a detta dei
Cerentinesi, esibivano questo non propriamente estetico accessorio con
orgoglio “elevandolo addirittura a titolo dotale” Il gozzo,
insomma, insieme al corredo, era, per le giovani caccuresi, anche una
sorta di dote. E così, quando una di loro tardava a trovare
marito, pare si rivolgesse al patrono, San Rocco, con questa preghiera
propiziatoria.
Santu Roccu mio benigno
San Rocco mio, benigno
Tu lu sai pecchì ce vegnu
Tu sai perché vengo ad implorarti.
Tanta brutta nun ce signu,
Tanto brutta poi non sono,
Nu pocù ‘e cagnu puru ‘u tegnu.
E possiedo anche un po’ di gozzo.
Questa simpatica storiella che mette un po’ in ridicolo le bellissime
ragazze caccuresi è stata ripresa dal
compianto dottor Giuseppe Aragona nel suo pregevolissimo volume su
Cerenzia pubblicato nel 1989 e ristampato recentemente.
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