Frammenti di storia archeologica caccurese


Il sepolcreto di Pantane

 

La storia archeologica di Caccuri (almeno quella conosciuta) ha inizio nel 1929, quando un contadino rinvenne fortuitamente, in località Patia, non molto lontano dal vecchio monastero dei Tre Fanciulli, un bellissimo esemplare di ascia in basalto nero risalente al periodo neolitico. Ma di altri ritrovamenti di frammenti sparsi nella campagna caccurese, si parlò più volte.

Sempre nel 1929, in contrada Pantane,  nella proprietà del professor Francesco Pasculli,  a poca distanza dalla vecchia statale 107 che collegava Crotone  a Cosenza, nel corso di lavori di scavo per l’impianto di un uliveto, venne scoperto un esteso sepolcreto di epoca romana. Le tombe, con le pareti e la copertura in terracotta, costituiscono una testimonianza inoppugnabile della via di accesso alla Sila dalla zona Ionica durante il periodo classico.

Nel sepolcreto di Pantane furono trovati alcuni reperti molto interessanti  che furono inviati all’Antiquarium della Soprintendenza bruzio-lucana e più precisamente:

1)  un asse romano repubblicano di peso ridotto e risalente al II° secolo avanti Cristo;

2)      una monetina enea di Petelia (Strongoli) con la testa di Demeter  sul recto e di Zeus folgoratore sul rovescio e la scritta in caratteri greci “Petelinon” del III° secolo avanti Cristo;  

3)      un frammento di embrice con margini rialzati che faceva parte della copertura di una tomba del periodo ellenistico romano.

 


La tomba
barbarica

 

   Il 20 maggio del 1933, il località Serra Grande, a ridosso del rione Parte, a seguito del lavoro di alcuni scalpellini, tra i quali Vincenzo Sganga e Vincenzo Drago, venne fortuitamente alla luce una tomba medievale anteriore all'anno Mille, presumibilmente longobarda . 

 

                          

                                  Vincenzo Drago

 

 

Il ritrovamento fu reso possibile dai lavori di rimozione di un grande masso che, da tempo immemorabile, si era staccato dal costone roccioso nascondendo una intercapedine. Quando gli artigiani, dopo aver fatto brillare alcune mine si accinsero a tagliare il masso per ricavarne pietra da costruzione, scoprirono l'anfratto all'interno del quale rinvennero le ossa di un cadavere ed una ricca suppellettile metallica di facies barbarica molto ossidata e costituita da oggetti  di ferro tra cui due staffe a pianta laminata, tre cuspidi di lancia  a cannone delle quali due più grandi ed una di dimensioni inferiori, una forbice per tosare le pecore, tipico strumento rinvenuto in altre tombe barbariche sparse sul territorio italiano, una forbice più piccola e di diversa fattura, 4 falci per il grano delle quali due integre ed una frammentaria, un' accetta bipenne e una monopenne, una scarpa per aratro a bordi rialzati, una subbia, uno scalpello ed altri frammenti.

 

Oggetti in ferro

   Oltre agli oggetti in ferro ne furono rivenuti anche alcuni in bronzo ed un oggetto vitreo di cui parleremo in seguito. Il corredo in bronzo era costituito da un pettine a denti triangolari molto robusti che in origine doveva avere un manico di legno o di osso, un vasetto a forma di olla con ventre espanso e bordi superiori rinforzati sormontati da tre trilobi forati per l'attacco di tre

catenelle,

                                                                                           

  un attingitore e un busto dell'imperatore Claudio che, secondo gli esperti, potrebbe essere capitato per caso fra la suppellettile e che, comunque, non è sufficiente a far nascere dubbi sull'esatta datazione della sepoltura che rimane confermata quale tomba risalente all'VIII - IX secolo d. C.

 
Piatto invetriato

 

  Per ciò che concerne l'oggetto vitreo esso consisteva in una coppa di vetro soffiato di colore verdognolo del diametro massimo di cm. 20 e minimo di 18,5. Al centro vi era raffigurato un uccello acquatico palmipede, collo ripiegato ad "S" e becco lungo, ramoscello e tre penne. Anche per ciò che riguarda la datazione di quest'ultimo oggetto si registrano dubbi. Alcuni esperti ritengono possa trattarsi di un oggetto di produzione ispano moresca del XV secolo.

    Questo piatto, insieme al busto dell'imperatore Claudio, sollevano notevoli perplessità  sull'intera vicenda. Se, infatti, la presenza del busto bronzeo potrebbe essere spiegata col fatto che i parenti della vittima, perita nell'VIII - IX secolo, in possesso del busto,  lo abbiano inserito fra gli altri oggetti, altrettanto non avrebbero  potuto fare per un oggetto vitreo fabbricato, addirittura, nel XV secolo, a meno che gli esperti non si siano sbagliati nel considerarlo frutto dell'arte ispanico - moresca.
     Dall'archeologo Catanuto in "
N. Catanuto, Importante piatto invetriato scoperto a Caccuri (Catanzaro) , Faenza, Stabilimento grafico P. Lega, 1955 XIII, pag. 3", apprendiamo che il il piatto invetriato, opportunamente restaurato, entrò a far parte delle collezioni statali del Museo Centrale della Magna Graecia di Reggio (tav. V e VII). Purtroppo,
nonostante  approfondite ricerche, in due occasioni, nel museo reggino, pur coadiuvato efficacemente dai custodi, non sono riuscito a trovare traccia del prezioso reperto.

 

                  
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                 2  http://s5.histats.com/stats/r.php?371533&100&45&urlr=&www.webalice.it/giuseppe.marino50/Caccuri/Archeologia/storia.htm

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